Questa settimana abbiamo trascorso 3 giorni incredibili a Wine Paris, dove abbiamo parlato con oltre 100 produttori, importatori, agenti e distributori. Dalle conversazioni sono emersi temi ricorrenti che abbiamo riassunto in alcune note dal campo.
Inoltre condividiamo un paio di aggiornamenti su Dolia e 3 cose interessanti viste online per le letture del weekend.
Iniziamo.
- L'ascesa del vino britannico Il vino britannico è in crescita da alcuni anni, ma a Wine Paris questo slancio era tangibile. Gli stand del Regno Unito erano costantemente affollati e diversi buyer ci hanno detto che la qualità è migliorata drasticamente negli ultimi anni e che oggi stanno cercando produttori in modo attivo, non solo per curiosità. Il salto qualitativo è reale, soprattutto negli spumanti, dove cambiamento climatico e competenze tecniche stanno ridefinendo le aspettative. Ciò che colpisce è che il vino britannico stia finalmente entrando in conversazioni serie di portfolio. La domanda ora è la scala: la produzione riuscirà a tenere il passo se la domanda accelera, e i prezzi resteranno competitivi man mano che cresce il prestigio?
- Il vino spagnolo è fortemente sottovalutato Il vino spagnolo non ha bisogno di presentazioni. Regioni come Rioja, Castilla y León e Catalunya sono già consolidate nel commercio globale. Eppure, durante una degustazione di Tempranillo con due giovani produttori francesi, un commento ci è rimasto impresso. Uno di loro ha detto che se una certa bottiglia avesse "Bourgogne" in etichetta, verrebbe venduta a 1.000€ invece che a 35€. Probabilmente un'esagerazione, ma evidenzia come la Spagna offra spesso qualità straordinaria a prezzi relativamente contenuti. Il divario tra qualità intrinseca e prestigio percepito resta ampio, e questo crea opportunità, soprattutto per importatori capaci di costruire narrazioni su terroir e artigianalità. La domanda aperta è se i produttori spagnoli dovrebbero alzare i prezzi per riflettere meglio la qualità, oppure se il loro vantaggio competitivo risieda proprio nel rapporto qualità-prezzo.
- Il wine-tech è, purtroppo, ancora marginale Nella maggior parte delle grandi fiere, l'area tech e startup tende a essere più piccola e fisicamente distante dai padiglioni principali, e Wine Paris non ha fatto eccezione. Sembra un'occasione mancata. Il settore parla di efficienza, sostenibilità, tracciabilità e nuovi modelli distributivi, e la tecnologia è al centro di tutte queste sfide. Eppure la separazione tra produttori e solution provider rafforza un gap culturale, perché molte cantine continuano a vedere la tecnologia come un accessorio e non come infrastruttura. Se il settore vuole affrontare pressione sui margini, complessità internazionale e calo dei consumi, la tecnologia non può restare ai margini.
- Nuovi e vecchi mercati export Abbiamo avuto diverse conversazioni approfondite con produttori nella fascia tra 20.000 e 500.000 bottiglie l'anno. Per loro, la strategia export è esistenziale. Gli Stati Uniti restano attrattivi nonostante dazi e frizioni regolatorie, perché dimensione del mercato e potere d'acquisto continuano a giustificare lo sforzo. Allo stesso tempo cresce la curiosità verso Asia, alcune aree dell'Africa e Sud America, visti più come scommesse di lungo periodo che come driver immediati di volume. Interessante notare che i mercati più rilevanti per molti produttori europei sono ancora all'interno della stessa Europa. Italia, Francia e Spagna continuano a rappresentare opportunità solide, soprattutto per posizionamenti differenziati o di nicchia. Prossimità, logistica e affinità culturale contano ancora.
- Il vino è travolgente Un sentimento ricorrente, sia tra produttori sia tra buyer, è stato quello della saturazione. Ci sono semplicemente troppe etichette, troppi SKU e troppi stand da visitare in tre giorni. Se buyer B2B esperti si sentono sopraffatti, immaginiamo il consumatore finale davanti a una carta vini con centinaia di referenze. La scelta senza guida può trasformarsi in frizione, e questa frizione porta a decisioni d'acquisto più lente e a minore sperimentazione. C'è chi sostiene che il consolidamento sia inevitabile, mentre altri ritengono che la frammentazione faccia parte dell'identità e della ricchezza del vino. In ogni caso, la discoverability sta diventando una questione strategica.
- Il no-alcohol cresce sempre di più Al Vinitaly dello scorso anno, la sezione no alcohol sembrava periferica. A Wine Paris era posizionata nel primo padiglione vicino all'ingresso, con traffico costante durante tutto l'evento. La percezione resta mista. Alcuni produttori tradizionali rimangono scettici, mettendo in discussione autenticità e posizionamento. I buyer, invece, sembrano sempre più pragmatici, perché vedono domanda da parte dei consumatori più giovani e da mercati in cui la moderazione sta diventando una scelta di stile di vita. Quello che abbiamo notato è stata una curiosità più forte verso alternative fermentate e bevande ibride rispetto ai vini completamente dealcolati. La categoria evolve rapidamente e il suo futuro dipenderà probabilmente dalla capacità di costruire una propria identità invece di imitare il vino tradizionale.
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